Yara Gambirasio, morì dissanguata e di freddo, abbandonata nel campo dal suo killer

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Yara Gambirasio e il suo assassino
Yara Gambirasio e il suo assassino

Yara Gambirasio è morta, quattro anni orsono, dissanguata e di freddo.

Abbandonata, dopo le sevizie, dal suo o dai suoi aguzzini, in quel campo di Chignolo d’Isola, dove fu ritrovata cadavere tre mesi dopo la sua scomparsa, a una decina di km da casa, a Brembate Sopra (Bergamo).

Forse è rimasta inerte mentre il suo aguzzino la seviziava con un coltello. Forse era svenuta, per quelle contusioni alla testa e ai due lati del viso. L’autopsia ha confermato che le sono state inferte diverse ferite con un’arma da taglio: alla gola, al torace, alla schiena e ai polsi. L’assalitore, sfogata la sua furia, se ne andò prima che fosse morta. E lei rimase lì, agonizzante per qualche ora, al freddo di notte.

Da quella maledetta sera del 26 novembre 2011, il suo corpo è stato nascosto prima dalla neve, poi dalla vegetazione. In quell’area aperta, facilmente raggiungibile, e più volte battuta dai volontari. Fu scoperto grazie alla passione di un aeromodellista, il cui velivolo planò proprio sul corpo di Yara.

Ma è proprio l’efferatezza del delitto ad aver convinto il giudice per le indagini preliminari della necessità della misura cautelare in carcere per Massimo Giuseppe Bossetti, principale indiziato perché il suo dna corrisponderebbe a quello di Ignoto 1, il dna ritrovato sugli slip e i leggins della tredicenne.

Efferatezza che, secondo il giudice, configurerebbe una nuova aggravante collegata al fatto che “Yara era in condizioni di minorata difesa” e non poteva sfuggire alla sua furia.

“Le esigenze cautelari sussistono avuto riguardo alla gravità intrinseca del fatto connotato da efferata violenza e dalla personalità di Bossetti, dimostratosi capace di azioni di tale ferocia posta in essere nei confronti di una giovane e inerme adolescente abbandonata in un campo incolto ove per le ferite e per ipotermia ha trovato la morte. Una condotta particolarmente riprovevole per la gratuità e superfluità dei patimenti cagionati alla vittima, con un’azione efferata, rivelatrice di un’indole malvagia e priva del più elementare senso di umana pietà”.

Nell’ordinanza del giudice si legge anche che:

“Pur trattandosi di soggetto incensurato, la mancanza di freni inibitori dimostrata rende la misura in carcere l’unica adeguata, anche tenendo conto del pericolo di reiterazione di reati della stessa indole o comunque commessi con violenza se si considera che ad oggi non si conoscono le ragioni che hanno portato Bossetti a sfogarsi su una giovane ragazza che non si sa se conosceva e se sulla stessa aveva già da tempo posto la sua attenzione”.