Si ammazza a 16 anni, accusa ai genitori: istigazione al suicidio

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Il liceo frequentato da Rosita
Il liceo frequentato da Rosita

Si è uccisa a 16 anni e ha accusato i genitori. E ora loro sono indagati per istigazione al suicidio. Rosita lo scorso 17 giugno è salita sul tetto della sua scuola a Forlì con una telecamera e un coltellino. Era sola, lontana dagli occhi di tutti, la scuola ormai finita. Con quel coltellino ha iniziato a tagliuzzarsi i polsi, poi ha preso la telecamera che aveva con sé.

L’ha accesa, ha girato l’obbiettivo verso se stessa, e ha registrato 30 minuti di accuse. Accuse contro i genitori: chiusi, a suo avviso, molto rigidi nonostante fosse una studentessa modello. Le impedivano di uscire, di avere autonomia. Non parla di vere e proprie violenze, piuttosto di un’educazione che avverte come asfissiante.

«Mi proibiscono ogni cosa… Io mi impegno a scuola, prendo ottimi voti (aveva la media del 9.75 come scrive la Voce di Romagna , ndr ), ma non serve a niente… — si sfoga la ragazza —, non posso vedere gli amici, non posso andare in Cina a studiare per un anno…».

Poi ha spento la telecamera e si è buttata giù. E’ morta così Rosita, l’hanno trovata a terra ormai senza vita. Suicidio. Consegnata alla famiglia, funerale molto intimo, cremazione della salma.

Ma non è solo un caso di suicidio quello di Rosita. Perché ora ci sono le accuse ai genitori: formalmente indagati dalla procura per maltrattamenti e istigazione al suicidio. Un’accusa pesantissima, devastante aldilà delle reali responsabilità penali che verranno chiarite da un eventuale processo.

Ora le voci del quartiere parlano di una famiglia molto chiusa e restia a fare vita sociale. Di un padre disoccupato e di una madre insegnante. Ora ci sono da incrociare le parole di Rosita con le confidenze fatte agli amici, alcune lettere che lei ha scritto e consegnato a pochi compagni. Un quadro di solitudine che fa dire a un inquirente che Rosita era un’adolescente “letteralmente disperata, che si sente abbandonata a se stessa”.

Fermiamoci per un attimo a questa definizione data dall’inquirente. A 16 anni Rosita, come tanti adolescenti, è “disperata”. E non c’è motivo per dubitare che non lo fosse. Però Rosita non decide, ad esempio, di aspettare due anni, prendere la maturità, decidere di lavorare, o studiare e lavorare, e pagarsi una stanza in affitto e andare finalmente via di casa.

No, Rosita sceglie di uccidersi e il suicidio, un suicidio così lucidamente programmato, non è un atto di debolezza. Quanta determinazione ci vuole per uccidersi così come ha fatto lei? E come non intravedere in un gesto così concepito una possibile spiegazione: che era molto più forte il desiderio di punire i genitori rispetto a quello di aspettare di avere potere decisionale sulla propria vita.

Rosita era “disperata”. Ma quanti adolescenti si sono sentiti così? Quanti genitori non hanno capito, non hanno colto, ascoltato, il dolore dei propri figli? Tutti interrogativi che la storia di Rosita suggerisce e che inevitabilmente investono la coscienza di ogni genitore. Con l’aggiunta che ora un’inchiesta proverà a dare risposta a una domanda pesante come un macigno: qual è il confine tra un’educazione rigida e la responsabilità (penale) del suicidio del proprio figlio?