Cos’è un serial killer

I serial killer sono un fenomeno erroneamente considerato recente, anche se nell’era moderna, dal 1900 in poi, il numero dei casi è sicuramente aumentato in maniera esponenziale.

Ad essere recente, molto recente, è soltanto il termine “Serial Killer“. La prima volta che venne usato un termine per indicare una certa continuità di fatti criminosi commessi da una stessa persona, fu nel 1957, quando venne coniato il termine “chain killer”, per indicare appunto, un omicida che lasciava dietro di sè una “catena di omicidi” (dall’inglese chain = catena). Alcuni anni dopo si parlò per la prima volta di “serial murderer” e, soltanto negli anni ’70, venne definitivamente coniato il termine “serial killer”. La paternità del termine viene attribuita all’agente speciale dell’FBI Robert Ressler, uno dei padri fondatori della Behavioral Science Unit (Unità si scienze comportamentali), la prima unità che studiò da vicino il fenomeno dei serial killer.

Questo però non deve far credere che prima i serial killer fossero rari. Quello che mancava era la tecnologia per poter collegare i casi che avvenivano a distanza di molto tempo o in posti diversi e distanti tra loro, e la conoscenza del fenomeno stesso, con i meccanismi perversi che possono fare di un essere umano, un predatore dei suoi stessi simili. E’ indiscutibile, comunque, che negli ultimi decenni nelle cronache sono sempre più frequenti casi di questo tipo, soprattutto per il modello di vita completamente cambiato, complice la civiltà odierna che ci bombarda di immagini, visioni, modelli di ogni tipo, risaltando, spesso colpevolmente, proprio quelli più pericolosi.

Ma qual’è la definizione ufficiale che la criminologia moderna dà al termine serial killer? Quella universalmente accettata è la definizione che l’FBI dà nel Crime Classification Manual pubblicato nel 1992 che cita testualmente:

"l'omicida seriale è colui il quale commette tre o più omicidi, 
in tre o più località distinte, intervallate da un periodo di 
raffreddamento emozionale" 

L’aspetto più importante della definizione non sta tanto nel numero degli omicidi commessi, o nelle località, ma proprio in quel “raffreddamento emozionale” che differenziano il serial killer da un mass murderer e da uno spree killer.

Il mass murderer è colui il quale commette tre o più omicidi ma nello stesso luogo e nello stesso momento. Quasi sempre di tratta di un killer occasionale, perchè spesso è il suo unico atto criminoso in quanto solitamente muore suicida una volta completato il suo piano folle. E’ prevalentemente di sesso maschile anche se nella casistica non mancano episodi in cui il killer era una donna. Deve la sua follia omicida ad una seri di eventi negativi, che si accumulano nella sua vita, e che l’hanno spinto oltre il limite della sanità mentale. A quel punto sfoga la sua rabbia folle su qualsiasi cosa possa rappresentare per lui una delle cause del suo fallimento. Purtroppo c’è da rilevare che prima che il suo gesto finisca con il suicidio, cerca di portare con sè più vittime possibili. Per assassinare le sue vittime si predilige le armi da fuoco.

Lo spree killer, o omicida compulsivo, è invece colui il quale commette un certo numero di omicidi, durante lo stesso atto criminoso, ma in posti diversi. E’ questa la caratteristica che lo differenzia dal mass murderer, in quanto il movente è solitamente identico e legato alle delusioni sentimentali o professionali. E’ il classico caso del reduce di guerra che un giorno decide di far fuoco sulla gente per strada, poi scappa seminando morte e terrore, finchè non viene a sua volta freddato o bloccato dalle forze dell’ordine. Come per il mass murderer ha una forte predilezione per le armi da fuoco.

Il serial killer “puro” è qualcosa di completamente diverso. Risponde a degli schemi precisi che si costruisce nella sua mente, derivanti quasi sempre da esperienze traumatiche vissute nel passato o nell’infanzia, e che esegue i suoi atti criminosi secondo un rigore spesso meticoloso. A differenza degli altri due tipi di killer appena citati, il più delle volte pianifica nei minimi dettagli l’agguato, la vittima deve rispondere a dei requisiti ben precisi (ma diversi da killer a killer) e il tutto deve avvenire secondo una specie di rituale atto a soddisfare le sue fantasie distorte e che poi identificherà, quasi in modo univoco, “quel” serial killer. Inoltre a differenza dei due tipi di killer precedentemente menzionati, il serial killer arriva ad uccidere quasi sempre per un disturbo della sessualità, spesso dovuto anche ad abusi e maltrattamenti nell’infanzia. Per questo motivo tutti i suoi omicidi denotano una forte se non completa caratteristica a sfondo sessuale, con anche associate una o più parafilie. A differenza delle altre due tipologie di omicida di massa, il serial killer non si ferma se non per causa di forza maggiore, quali l’arresto o per la sopraggiunta morte. Inoltre molto raramente si avvale di armi da fuoco per causare la morte delle vittime, mentre preferisce di gran lunga la sadica eccitazione derivante dal torturare, sezionare, strangolare e massacrarle.

SEGNALI PERICOLOSI
Da sempre la scienza e le unità investigative si sono chiesti se fosse possibile riconoscere precocemente un futuro serial killer in modo da poterne evitare i devastanti effetti. Già nell’800 il più noto criminologo italiano Cesare Lombroso, riteneva di aver identificato alcune caratteristiche fisiche del probabile “uomo delinquente”. Con un’instancabile attività fatta di misurazioni e ricerche nel campo della fisiognomica (studio del corpo) era giunto alla conclusione che un cranio che risultasse asimmetrico fosse indice di predisposizione a delinquere e di tendenza al crimine. Al giorno d’oggi queste teorie, pur rappresentando sempre una testimonianza di enorme spessore, anche solo per il semplice fatto di essere state alla base dell’antropologia criminale, si ritengono pressoche superate. Nonostante tutto, dopo estenuanti ricerche fatte intervistando direttamente numerosi serial killer si sono evidenziati dei tratti comuni presenti nell’infanzia di questi assassini:

  • ENURESI: Nient’altro è che il disturbo presente in quasi tutti i bambini dell’urinare nel letto durante le ore notturne. Questo non vuol dire assolutamente che tutti siano potenziali assassini. Tuttavia se il fenomeno si protrae anche in età puberale, si ritiene che possa essere sintomo di forte scompenso emozionale. E’ stato accertato che ben il 60% dei serial killer intervistati soffrisse di questo disturbo in età puberale.
  • PIROMANIA: Anche in questo caso si parla di “mania” vera e propria per il fuoco e le fiamme, e non semplicemente della curiosità di un bambino nell’accendere un fuocherello. E’ il sintomo che evidenzia una violenta espressione di rabbia e aggressività, la voglia di poter decidere la devastazione di un qualcosa. E se questi segnali si presentano in età precoce, si capisce come la tendenza negli anni a venire non può che peggiorare. La mania del fuoco inoltre ha un vero e proprio significato erotico per i l piromane. Egli non si accontenta di appiccare l’incendio, ma si sente sessualmente eccitato al guardarlo ardere. Anche in questo caso, le prove di questa tendenza sono a decine nella casistica della criminologia.
  • SADISMO VERSO GLI ANIMALI: e’ senza dubbio il segnale più pericoloso ed indicativo dell’individuo che potenzialmente potrebbe diventare in età adulta un assassino seriale. La maggior parte dei bambini, purtroppo si diverte in questo gioco crudele, ma praticamente tutti poi sorpassano questa fase e, soprattutto, ricordano con disprezzo quel periodo della loro vita. Quando ciò non avviene, il segnale diventa preoccupante ed è indice che il male che viene perpetrato ai danni degli animali potenzialmente può essere fatto anche ai propri simili… Potrebbe essere solo una questione di tempo, in attesa del macabro “salto di qualità”. Jeffrey Dahmer da piccolo si divertiva ad improvvisare interventi chirurgici ai danni di cani e gatti randagi. Poi diventò il famigerato “mostro di Milwakee”.