Pamela Mastropietro, omicidio di branco: secondo pm prima violenza poi smembramento del cadavere

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Pamela Mastropietro ha subito prima un assalto sessuale di gruppo, poi è stata uccisa e infine il suo cadavere smembrato per meglio occultarlo: manca il sigillo della chiusura delle indagini da parte della procura di Macerata, ma i pm avrebbero raccolto le prove che di un omicidio di branco si sia trattato. In carcere sono finiti tre nigeriani, tutti gli indizi e le evidenze investigative portano a loro.

Il procuratore Giovanni Giorgio, che sabato 10 febbraio aveva parlato di “indagine chiusa”, la domenica ha messo nero su bianco che le indagini “non possono ritenersi affatto concluse” e sottolinea che l’ufficio non intende “seguire o acconsentire di fatto a procedure di giustizia sommaria più che mai in una vicenda così delicata” come quella della ragazza massacrata, seguita da una scia di polemiche e anche dal raid xenofobo di Luica Traini.

In carcere sono finiti tre nigeriani: il 29enne Innocent Oseghale, arrestato poco dopo il ritrovamento del corpo, e da ieri sono in stato di fermo Desmond Lucky, 22 anni, e Lucky Awelima, di 27. Pesantissime le accuse: omicidio volontario in concorso, vilipendio, distruzione, soppressione e occultamento di cadavere e spaccio di stupefacenti. Lo stesso procuratore in una nota parla di risultati delle indagini “ancora provvisori”, anche se la procura ritiene di avere un quadro chiaro di quanto è successo nell’appartamento di via Spalato 124, a Macerata, ritenuto il luogo del delitto.

E cioè come e in che circostanze è morta Pamela. Su questo aspetto il riserbo è totale, però l’ipotesi è che la ragazza sia stata vittima di un’aggressione sessuale di gruppo e poi uccisa e sezionata. Ma per confermare questo quadro, servono gli esiti degli accertamenti scientifici, medico-legali, tecnici. La Procura attende risposte dal Ris che ha effettuato o sta effettuando esami di laboratorio, relativi in particolare alle impronte rilevate e ai prelievi biologici acquisiti nell’appartamento. Dati che vanno comparati con i profili dattiloscopici e biologici di tutti e tre gli indagati, “per capire chi ha fatto che cosa”, spiegano fonti investigative.