Omicidio Yara, Bossetti smentito dai colleghi: “Dal cantiere non sparì nulla”

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“Loro potrebbero sapere qualcosa” aveva detto Bossetti interrogato dal pubblico ministero Letizia Ruggeri. I due colleghi hanno confermato che Bossetti perdeva spesso sangue dal naso, in più occasioni, anche durante il lavoro. Ma nessuno dei due ha ricordato intrusioni in cantiere, particolari furti di materiale, o la scomparsa di attrezzi.

Sono stati riascoltati dei carabinieri e della polizia, uniti in una squadra mista, i due colleghi citati Massimo Giuseppe Bosseti: Massimo Maggioni, di Brembate Sopra, e Osvaldo Mazzoleni, cognato di Bossetti.

Massimo Giuseppe Bossetti
Massimo Giuseppe Bossetti

“Loro potrebbero sapere qualcosa” aveva detto Bossetti interrogato dal pubblico ministero Letizia Ruggeri. I due colleghi hanno confermato che Bossetti perdeva spesso sangue dal naso, in più occasioni, anche durante il lavoro.

Ma nessuno dei due ha ricordato intrusioni in cantiere, particolari furti di materiale, o la scomparsa di attrezzi.

Bossetti infatti si era difeso spiegando che il suo dna era finito su Yara probabilmente perché qualcuno aveva rubato i suoi attrezzi.

La ricostruzione offerta dal carpentiere di Mapello sembra quindi vacillare, ma le verifiche degli inquirenti non si fermano comunque: gli interrogatori non chiudono affatto i giochi, perché si cercano riscontri anche sull’attendibilità delle persone sentite.
L’attenzione degli inquirenti sul cantiere di Palazzago, del resto, non era mai mancata. Subito dopo l’interrogatorio di garanzia del gip Ezia Maccora, nel quale Bossetti aveva parlato della costruzione di quelle villette a schiera in via Prato Marone, i carabinieri e la polizia si erano mossi con rapidità, per sentire quanto prima i titolari del cantiere e i loro sottoposti, ma anche per capire se fosse vero che proprio a Palazzago, nel 2010, l’attuale indagato aveva conosciuto Fulvio Gambirasio.

L’accusa è continuamente in cerca di nuovi riscontri su Massimo Bossetti. Ma tra gli inquirenti sembra regnare una certa serenità, tradita anche da quell’interrogatorio di martedì, in cui il pubblico ministero e due ufficiali del Ros si sono presentati in carcere più per ascoltare che per torchiare la persona fermata il 16 giugno. La procura punta su un continuo scambio di informazioni tra tutti gli investigatori al lavoro. Non a caso, ieri in piazza Dante, si è tenuto un vertice con il pubblico ministero: presenti il colonnello del Ros di Brescia Michele Lo Russo, il comandante del Ris di Parma Giampietro Lago, gli uomini del nucleo investigativo provinciale dell’Arma e della squadra mobile di polizia. Una presenza, quella del colonnello Lago, che poteva far pensare a notizie di rilievo già emerse dalle tracce repertate sul furgone e sull’auto di Bossetti, che si trovano proprio nel deposito di Parma dei carabinieri in tuta bianca: giovedì sono iniziate infatti le analisi di laboratorio.

Ma si sarebbe trattato in realtà di un incontro per fare il punto sulle indagini, mantenendo il massimo coordinamento tra tutti gli investigatori impegnati sul caso.