Meredith: Amanda Knox, Raffaele Sollecito e i dubbi su test Dna

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A salvare Amanda Knox e Raffaele Sollecito dalla condanna definitiva sono stati probabilmente i forti dubbi sulla validità dei test del Dna eseguiti durante le indagini.

A criticare le conclusioni degli investigatori italiani, ricorda la rivista New Scientist, sono stati diversi esperti su entrambe le sponde dell’Atlantico. In particolare ad incriminare i due erano tracce di Dna trovate su un coltello nell’appartamento di Sollecito, sul cui manico c’era materiale genetico di Amanda mentre sulla lama c’era quello di Meredith. Su un ferretto del reggiseno della ragazza uccisa c’era invece il Dna di Sollecito.

Nel 2009 The Innocence project un’associazione di esperti statunitensi aveva scritto una lettera aperta alla corte mettendo in dubbio le conclusioni dei test.

”Un esame chimico per la presenza di sangue sul coltello ha dato esito negativo, ma non è stato preso in considerazione. Inoltre il Dna trovato era sufficiente solo per un profilo parziale”.

Se non c’erano tracce di sangue sul coltello, hanno sempre sottolineato quindi anche gli altri scienziati ‘innocentisti’ che si sono interessati alla vicenda, come Bruce Budowles, genetista dell’università del North Texas e consulente dell’Fbi, non era possibile che quella fosse l’arma del delitto. Gli esperti Usa hanno anche paventato la possibilità che i campioni fossero contaminati, soprattutto perché l’analisi è stata condotta insieme a quella di altri reperti.

Ad essere criticata è stata anche la lettura data dei risultati. Negli Usa infatti l’elettroforesi, questo il nome del test, viene considerata valida se dà picchi sopra 150, mentre quelli sotto 50 vengono scartati, e quelli presi in esame per l’accusa erano tutti sotto questo livello. Anche il reggiseno, hanno scritto gli esperti Usa, conteneva diversi Dna di cui uno compatibile con Sollecito,

”ma i giovani si frequentavano, quindi potrebbe essere finito lì in diversi modi innocenti”.

Alla stessa considerazione sono arrivati Stefano Conti e Carla Vecchiotti dell’Università Sapienza di Roma nel 2011, che hanno contestato anche il metodo stesso seguito per le analisi che non sarebbe stato adatto a piccoli quantitativi di Dna, mentre secondo Carlo Torre, perito nominato dalla difesa, anche le ferite sul collo di Meredith non erano compatibili con la grandezza del coltello.