Madri assassine che ammazzano figli: non è raptus

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Il raptus omicida non esiste, nemmeno tra le madri assassine.

Il “figlicidio” non è mai una momentanea perdita di lucidità e razionalità, non esiste quella scusante che troppo spesso si usa: ha perso la testa.

Per un attimo, un minuto soltanto, e la mamma dolce e affettuosa diventa una virago armata di coltello, corda, mestolo o qualunque oggetto a portata di mano per annientare il nemico momentaneo: il proprio figlio. A dirlo, facendo chiarezza su uno dei luoghi comuni più diffusi della Cronaca Nera, è lo psichiatra Vincenzo Maria Mastronardi. A Valentina Arcovio de La Stampa, Mastronardi spiega:

“La madre che uccide perché impazzisce da un momento all’altro non esiste. L’omicidio può essere estemporaneo, ma è un atto estremo a cui si arriva con un’involuzione lenta”.

“Involuzione lenta”. Altro che raptus. E che forma ha questo lento tracciato che porta una mamma a uccidere?

“Sono due i binari che possono portare una madre a compiere un figlicidio – spiega Mastronardi – Il primo è quello della franca psicopatologia: la donna arriva a compiere quell’atto estremo senza intendere e volere. Siamo quindi di fronte a casi psicopatologici: depressione post-partum, depressione maggiore, schizofrenia, epilessia“. C’è poi quel secondo e agghiacciante binario. “Ci sono mamme che uccidono guidate da quella che ho ribattezzato “follia mostruosa della normalità razionale”. dice Mastronardi. “In questo caso – continua – il figlicidio è un atto razionale, lucido e consapevole”. Li chiamiamo “raptus” o “mostri”, per assolverci e per tranquillizzarci: quella mamma che uccide è un mostro, un’enormità, una cosa altra rispetto a noi, a noi “normali”. E invece no, ci spiega lo psichiatra: il figlicidio può essere un atto “razionale, lucido e consapevole”. Il sottotesto di questa affermazione è esplosivo: può succedere a chiunque.

Già, ma in quali condizioni?

“L’abbandono di un compagno, ad esempio, può essere all’origine della cosiddetta sindrome di Medea: la madre uccide il figlio per punire il compagno. Quindi un atto di vendetta”. Un atto di altruismo verso il figlio. “E’ il caso delle madri che uccidono i figli nella convinzione di risparmiargli una vita brutta e piena di sofferenze»”. Poi ci sono le madri che uccidono i figli non desiderati. “Quindi le motivazioni – sottolinea l’esperto – vanno rintracciate nell’immaturità della madre, che non si sente pronta ad affrontare la maternità o che è convinta di portare in grembo il “figlio della vergogna”, il quale la porterà a essere messa alla berlina dalla propria comunità”. Una delle motivazioni più frequenti nei casi di bambini gettati nel cassonetto. “Alcune donne nascondono il pancione con fasciature strette – riferisce Mastronardi – e una volta partorito si liberano del neonato. Ci tengo a sottolineare che questa eventualità è frutto anche di ignoranza perché sappiamo che esistono i parti anonimi, in cui una donna può mettere al mondo il suo piccolo in segreto e allo stesso tempo rinunciando a essere una mamma”.