Ergastolo a Bossetti, le motivazioni dei giudici: “Nessun dubbio, suo il dna su Yara”

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I giudici mettono la parola fine: “La prova dna è irripetibile”. Poi sull’omicidio: “Yara fu aggredita per motivi spregevoli”

“Il dna sui leggins e sugli slip di Yara Gambirasio era di Massimo Bossetti”. Per i giudici della Corte d’Assise d’Appello di Brescia non può essere svolta, come chiesto dalla difesa, una nuova perizia sul materiale genetico rinvenuto sui vestiti della 13enne trovata morta il 26 febbraio 2011 in un campo di Chignolo d’Isola (Bergamo).

“Quello che è certo è che non vi sono più campioni di materiale genetico in misura idonea a consentire nuove amplificazioni e tipizzazioni”, si legge nelle motivazioni, depositate oggi, della sentenza con cui è stato condannato all’ergastolo il manovale di Mapello il 17 luglio scorso.

Il movente dell’omicidio

Secondo i giudici di Brescia, il movente dell’omicidio “può essere circoscritto nell’area delle avances sessuali respinte, della conseguente reazione dell’aggressore a tale rifiuto, unita al sicuro timore dello stesso di essere riconosciuto per aver commesso nei confronti della ragazza qualcosa di grave”. La finalità del delitto “dai contorni sessuali è dimostrata dal fatto che l’imputato “si stava aggirando” a bordo del suo furgone “nelle vicinanze della palestra” frequentata da Yara “in attesa di qualcuno”. Ma anche dalla scoperta nel pc di Bossetti di “un interesse insistente e perdurante per adolescenti in età prepuberale” viste le foto ritrovate e dalla circostanza che il delitto avvenne in un periodo in cui il muratore di Mapello aveva litigato con la moglie.

“L’istruttoria ha evidenziato – si legge nel documento depositato oggi – che Yara e Bossetti non si erano mai conosciuti né frequentati”. Dal momento che “il cadavere è stato rinvenuto” su un campo, in cui “per tre mesi nessuno si è addentrato e dove Yara è stata portata ancora viva immediatamente la sera della sua sparizione dal suo aggressore”, la collocazione della traccia di dna costituisce la prova del fatto che, nel ferire Yara, Bossetti “lasciato la propria traccia genetica sugli slip e sui leggins”. Questo dna, “in quanto non presente prima che fossero inferte le ferite, per la sua collocazione dimostra inequivocabilmente che sia stato deposto dall’autore del crimine al momento del ferimento”.

Il dna sui leggins e sugli slip

Nelle motivazioni della sentenza i giudici hanno ribadito, “ancora una volta e con chiarezza”, che una eventuale perizia, invocata a gran voce dalla difesa e dallo stesso imputato, “non consentirebbe nuove amplificazioni e tipizzazioni, ma sarebbe un mero controllo tecnico sul materiale documentale e sull’operato dei Ris”. Pertanto, “la famosa perizia genetica sarebbe necessariamente limitata a una mera verifica documentale circa la correttezza dell’operato del Ris e dei consulenti dell’accusa, pubblica e privata”. I legali di Bossetti, Claudio Salvagni e Paolo Camporini, avevano chiesto nuovi accertamenti sul dna sostenendo che le analisi sarebbero state svolte nei laboratori del Ris di Parma con kit scaduti e i campioni sarebbero stati contaminati. La richiesta di una nuova perizia si era già scontrata con il “no” della Cassazione. Questo non aveva fermato i due avvocati che avevano riproposto la richiesta anche davanti alla Corte d’Assise d’Appello, sottolineando l’assenza “del tutto innaturale” del dna mitocondriale nel campione prelevato dal corpo di Yara. Per i giudici, inoltre, “la doglianza della difesa circa la violazione del principio del contraddittorio”, relativa anche all’analisi del dna, è “del tutto infondata”.

Aggressione per motivi spregevoli

Per i giudici Yara è stata “aggredita per motivi sicuramente spregevoli”. È anche per questo che la Corte d’Assise d’Appello di Brescia non ha concesso le attenuanti generiche all’imputato. Nella sentenza si legge, infatti, “l’inaudita gravità del fatto posto in essere vigliaccamente nei confronti di una ragazzina giovanissima e indifesa, aggredita per motivi sicuramente spregevoli, colpita violentemente per tre volte al capo con un corpo contundente, colpita per almeno nove volte al collo, al petto, alla schiena, ai polsi, al gluteo, alla gamba con tale forza anche da procurare lesioni ossee e lasciata morire in preda a spasmi e inaudite sofferenze in un campo abbandonato e lontano da casa a causa del freddo e delle ferite”. Per i giudici, presieduti da Enrico Fischetti, “si è trattato di un’azione omicidiaria posta in essere con grande intensità di dolo in quanto realizzata con plurime azioni lesive protratte nel tempo senza alcun segno di ravvedimento e di umana pietà”.

Nelle 376 pagine di motivazione, i giudici analizzano anche il comportamento di Bossetti sia durante l’omicidio sia dopo. E spiegano che, “dopo avere attentamente occultato il corpo di Yara in un campo isolato e difficilmente raggiungibile, ha continuato a vivere con assoluta indifferenza rispetto al grave fatto commesso” e “ha continuato a manifestare, a tre anni dal fatto, interessi sessuali verso le tredicenni”. Non solo.Persino durante il processo, hanno fatto notare i magistrati, “ha continuato a negare il fatto (com’era, peraltro, suo diritto), assumendo la posizione di chi sfida l’inquirente a provare la sua colpevolezza”, gettando anche “ombre e gravissimi sospetti su un’altra persona.

Il cadavere abbandonato nel campo

Come era già emerso nel processo di primo grado, per i giudici della Corte d’Assise d’Appello di Brescia Yara è morta nel campo di Chignolo. “Il suo cadavere – hanno chiarito – è rimasto in quel campo nei tre mesi trascorsi tra la scomparsa e il rinvenimento”. Durante l’appello, i legali di Bossetti, gli avvocati Claudio Salvagni e Paolo Camporini, si erano giocati la carta di un’immagine ripresa dal satellite alle 10 e 41 del 24 gennaio 2011, un mese e due giorni prima del ritrovamento, che dimostrerebbe che quel giorno Yara non era nel campo. I giudici non erano stati ammessi dalla Corte che non li avevano ritenuti di loro interessi e, ora, nelle motivazioni ribadiscono che la ragazzina morì nel campo. “Le lesioni da punta e da taglio sono state tutte procurate quando Yara era ancora viva – si legge nelle motivazioni – e sono state prodotte una di seguito all’altra in uno stesso contesto temporale e ambientale”. E “l’ipotesi della difesa di vestizione e nuova vestizione del cadavere appare del tutto fantasiosa”.