Assassinio Cristina Zamfir è caccia al maniaco di Firenze, isolati 3 dna

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Cristina Zamfir
Cristina Zamfir

Il maniaco seriale ha colpito almeno 6 volte dal 2006 a oggi legando e seviziando le sue vittime. Ci sono tracce di tre diversi dna: uno è del 2013 e un altro riguarda uno degli espisodi di violenza avvenuti a Prato, anzi in un luogo preciso, alle Bartoline di Calenzano cioè in un campo dove molti anni fa colpì il mostro di Firenze.

50, al massimo 60 anni, italiano, calvo, grasso e in giro sempre con auto diverse. E’ questo l’identikit del maniaco, del killer di Cristina Zamfir, la prostituta romena uccisa, crocifissa e ritrovata lunedì 5 maggio legata ad una sbarra alle porte di Firenze. Lo cercano nelle immagini delle telecamere di sicurezza e tra i viali di Firenze frequentati dalle prostitute.

Il maniaco seriale ha colpito almeno 6 volte dal 2006 a oggi legando e seviziando le sue vittime. Ci sono tracce di tre diversi dna: uno è del 2013 e un altro riguarda uno degli espisodi di violenza avvenuti a Prato, anzi in un luogo preciso, alle Bartoline di Calenzano cioè in un campo dove molti anni fa colpì il mostro di Firenze.

Fondamentali nella caccia al maniaco anche le testimonianze delle altre prostitute aggredite. “Mi ha fatta spogliare, poi mi ha legato col nastro adesivo e mi ha stuprata con un bastone e aveva delle tenaglie” ha raccontato Martina, una delle donne aggredite tra Prato e Firenze con le stesse modalità di Andrea Cristina Zamfir.

“Non mi chiese prestazio­ni particolari- racconta- Mi dis­se che mi avrebbe portato a Fi­renze. Invece, a un certo punto svoltò, e si diresse verso Prato”.

“No, però era un campo – ricorda – una zona di campagna. Fino a quel momento era stato tranquillo. Appena sceso di macchina diventò una bestia. Io scappai, ma lui mi rincorse e mi raggiunse. A quel punto gli dissi: “Faccio quello che vuoi tu”. E lui: “Voglio vederti nuda”. Mar­tina si spogliò. “Nel portabaga­gli aveva un legno, dei cavi elet­trici, il nastro adesivo – conti­nua – Mi legò a un palo, con le braccia incrociate davanti al vi­so, in piedi. Poi si avvicinò da dietro, prese quel legno e…”. Non finì lì. “A un certo punto ­continua – prese come delle te­naglie. Me le avvicinò al petto. Ero terrorizzata. Ebbi uno scat­to, gli tirai un calcio proprio lì. Per fortuna si fermò. Risalì in au­to. Andò via, lasciandomi lega­ta. Portò via i miei vestiti, la mia borsa, i soldi, il cellulare, tutto quello che avevo”.