Amanti diabolici, ora Sonia Bracciale chiede la revisione

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Sta scontando 21 anni per avere commissionato l’omicidio del marito Dino Reatti. “Non sapevo della morte, il killer ha ritrattato sul mio ruolo

Sonia Bracciale è innocente e lo dimostreremo: abbiamo nuove prove della sua estraneità all’omicidio del marito”.

A sostenere questa tesi, che può riaprire il caso, è l’avvocato Gabriele Magno, legale dell’infermiera condannata in via definitiva a 21 anni e due mesi come mandante del delitto ad Anzola nel 2012 del coniuge dal quale si stava separando, Dino Reatti.

Il legale ieri ha depositato la richiesta di revisione alla Corte d’Appello d’Ancona, competente per i processi celebrati a Bologna. Alla base della svolta, le lettere che la Bracciale ha scambiato nel carcere della Dozza, dove è detenuta dal 2012, sia con l’ex amante Thomas Sanna sia con l’amico Giuseppe Trombetta (condannati in via definitiva per l’omicidio dell’artigiano).

Il secondo indizio inedito è una diversa interpretazione delle intercettazioni ambientali nella caserma dei carabinieri di Anzola. Secondo Magno, presidente dell’Associazione nazionale vittime di errori giudiziari, la successione cronologica delle intercettazioni prova che la donna, il giorno dopo l’omicidio, non sapesse della morte del marito. “Siamo in possesso delle ritrattazioni dell’esecutore materiale Trombetta – spiega Magno –. Ora abbiamo la corrispondenza di questi anni tra Sanna e la Bracciale, poi di Trombetta con la donna. Entrambi ritrattano integralmente (la lettera non può essere mostrata per mantenere il riserbo istruttorio, indispensabile alla revisione, ndr ). In più missive Trombetta conferma l’estraneità totale della Bracciale alle fasi preparatorie dell’omicidio e si assume la responsabilità in concorso con Sanna del delitto. Perché l’hanno ucciso? L’impulso è stato loro, la Bracciale era all’oscuro: volevano dare una lezione a Reatti, non ammazzarlo”.

Oltre alla versione dei fatti raccontata da Trombetta otto anni fa, per arrivare all’attuale realtà giuridica è stata decisiva l’intercettazione ambientale nella caserma. La Bracciale, a confronto con Sanna e Trombetta, secondo i giudici “dimostra di essere a conoscenza della spedizione punitiva nonostante sostenga il contrario in sede di esame”, svelando così il proprio ruolo di mandante.

“La ricostruzione fatta dai carabinieri si è rivelata un collage: anziché ripercorrere cronologicamente le parole dei tre, hanno messo insieme le intercettazioni in modo innaturale, facendo capire ai magistrati che lei sapeva della morte del marito – analizza il legale –. Noi abbiamo rimesso ordine, scoprendo che la Bracciale cade dalle nuvole quando le dicono che il marito è deceduto e va in stato di choc. Lei ha fatto trovare subito Sanna e Trombetta agli investigatori: se fossero stati complici li avrebbe aiutati nella fuga. È molto grave trovare nell’informativa prove che danno un’idea distorta della realtà, soprattutto perché la prova regina di questo processo indiziario è stata proprio quella registrazione”.

Il risarcimento ora è solo un’ipotesi, prima occorre che i giudici ribaltino la sentenza. Il massimo indennizzo di un anno di ingiusta detenzione è 516mila euro; non esiste limite se la sentenza è passata in giudicato. “Apprezziamo il contributo di Trombetta, il quale a seguito di un scrupolo di coscienza, pur dopo anni, ha deciso di raccontare la verità – conclude Magno –. Risarcimento? Indipendentemente dall’entità, è fondamentale che la Bracciale abbia una riabilitazione morale e dell’immagine”.

Sonia Bracciale e Dino Reatti